L’umanità muore, non solo a Gaza, anche dietro alla tastiera di uno smartphone.

Molti post hanno riportato la notizia dell’arresto di Greta Thunberg arrestata dai saldati israeliani nell’ambito del blocco della missione umanitaria della Global Sumud Flotilla, e delle successive torture da lei subite nella prigionia.

Greta non è simpatica a tutti (neanche a me, molto). L’immagine mediatica che la ha accompagnata fino dai tempi dei “Friday for future” non ha sempre convinto tutti e le iniziative studentesche da lei promosse, che hanno avuto successo tra i giovani, hanno anche coagulato critici e negazionisti del cambiamento climatico.

Di fronte all’arresto da parte dei corpi speciali dell’esercito israeliano, non bisognerebbe dimenticare che si tratta sempre una ragazza di solo 22 anni: una giovane donna che crede in quello che fa, pacifica e non violenta.

Greta nelle prigioni di Israele sarebbe stata trascinata per i capelli, picchiata, costretta a baciare una bandiera israeliana. Si sarebbe trovata oggetto di particolari attenzioni, rinchiusa in una cella infestata di cimici, lasciata senz’acqua. Un trattamento riservatole forse perché è famosa, forse perché per molti è un simbolo.

La testimonianza è di un funzionario svedese che la ha visitata, ma poi il governo israeliano si è affrettato a smentire. non sappiamo la verità, anche se l’incrocio di informazioni con quello che è accaduto ad altri attivisti sembra rendere verosimile l’accusa. Anche il team legale italiano che rappresenta la Flotilla ha confermato che i detenuti sono stati lasciati «per ore senza cibo né acqua, fino a tarda notte».

Che sia vero o no, questo non giustifica che un trattamento simile, ed anche moralmente peggiore, glielo abbiano riservano migliaia di leoni della tastiera che sono intevenuti traboccando odio sotto ogni articolo, ogni post che parla di questa vicenda.

Migliaia di commenti di questo tipo si possono leggere sui social: “Se l’è cercata”.“ Troppo poco”. “Dovevano lasciarla a Gaza”.

Personalmente mi fa ribrezzo pensare che ci sono persone che, dietro ad una tastiera, comodamente a casa loro, godono all’idea di una ragazza umiliata, percossa, costretta a strisciare perché ha avuto il coraggio di salire su una barca e affrontare mille incertezze per “aiutarli a casa loro” (come gli odiatori amano ripetere).

A scandalizzarli non sono state le torture, ma il suo coraggio, le sue idee. Non le perdonano di aver provato a fare qualcosa realmente, perché questo “qualcosa” è così lontano da loro che oscura ai loro occhi il fatto che si tratta di una giovane ragazza che ci ha provato, senza armi ne violenza a dare seguito alle sue idee.

È questa la rabbia cieca di persone che non hanno lasciato la poltrona di casa, ma desiderano punirla due volte, prima con la violenza del carcere (o forse anche peggio nelle loro malate fantasie) e poi con quella delle loro parole.

Quando non si riconosce che dietro l’immagine di Greta c’è una giovane donna come la nostra sorella, la nostra figlia, si perde la propria umanità. La violenza delle parole si avvicina molto a quella vera. Magari non è proprio la stessa cosa, ma la sostiene, la giustifica moralmente. Così si dimentica di essere umani e come Primo Levi ci si chiede “se questo è un uomo”.

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