La notizia di oggi riempie di sollievo e felicità. La bozza finale della fase uno è stata firmata questa mattina in Egitto da tutte le parti e gli ostaggi saranno liberi entro lunedì. A Gaza si assiste a manifestazioni di gioia, balli e festeggiamenti per la nuova tregua, che speriamo apra la strada alla pace. Molti si autointestano la responsabilità di protagonisti nell’accordo raggiunto, anche delle comparse come alcuni paesi europei. Per fare chiarezza, se pure con prudenza è possibile iniziare a ragionare su chi ha vinto e chi ha perso tra i veri attori di questa vicenda.
Chi ha vinto è sicuramente Donald Trump. Per la prima volta può dire di aver conseguito un risultato vero, e non solo propagandistico. Gli serviva proprio, dopo le scornate ricevute da Putin, gli insuccessi sui tentativi di isolamento della Cina e le difficoltà della politica dei dazi.
Certo, anche in questa vicenda si è mosso a zig zag. Prima ha appoggiato incondizionatamente Netanyahu, poi rendendosi conto che quest’ultimo stava diventando una amicizia pericolosa (vicenda Iran e soprattutto Quatar) che poteva destabilizzare la regione ed i sui rapporti con i Paesi Arabi del golfo lo ha mollato. E soprattutto la mobilitazione internazionale stava isolando non solo Israele ma anche lui.
È arrivato in ritardo rispetto anche a quello che aveva promesso, però alla fine ci è riuscito, costringendo il suo amico Bibi, almeno per ora, ad accettare il suo piano. Chissà se riuscirà a recuperare qualcosa degli accordi di Abramo che lui stesso aveva favorito durante il suo primo mandato. E chissà che cosa spera di ottenere quando dice, da affarista, che il futuro di Gaza sarà di“prosperità e ricchezza”.
Chi ha perso è stato Hamas. L’attacco del 7 ottobre ha portato ad una reazione che non si aspettava. Il fondamentalismo di Hamas ha una grave responsabilità da dividere con l’odiato Netanyahu per la morte di 70 mila civili palestinesi. Ricordiamo che Hamas aveva accettato prima del 2019 aiuti ingenti da Israele per opporsi al’ANP ed eliminarla dalla striscia di Gaza. Ci era riuscito dividendo così il popolo palestinese in due tronconi territoriali e politici. Ovviamente a Netanyahu faceva allora comodo Hamas perché le diplomazie internazionali spingevano per trattive con un ANP che rappresentasse i Palestinesi. Netanyahu allora era contrario ad ogni concessione e per indebolire l’ANP preferì favorire il fondamentalismo. Così Hamas si prese l’amministrazione della striscia militarizzandola. Dopo l’attacco del 2023 e la presa degli ostaggi, la sua gestione delle trattative per due anni è stata disastrosa, e ha così dimostrato l’incapacità di uscire dal vicolo molto stretto in cui si è ficcato con l’attacco del 7 ottobre.
Ora come organizzazione militare cesserà di esistere. Non sappiamo che ne sarà del resto della organizzazione. Ora l’accordo lo hanno firmato quelli dell’ala politica non militare in esilio (che Netanyahu voleva uccidere con il suo attacco a Doha), ma bisogna considerare che nell’accordo è prevista la liberazione di numerosi appartenenti ad Hamas, di cui circa 250 erano stati condannati all’ergastolo e non si può escludere una ristrutturazione con altro nome del movimento.
Netanyahu dirà che ha conseguito una vittoria, ma in realtà l’accordo glielo ha imposto Trump. Hamas è stata sconfitta sul campo, ma non eliminato l’estremismo. Soprattutto la sua sconfitta è che il mondo non guarda più a Israele come prima. La mobilitazione nel mondo intero è stata imponente. Sempre più Paesi hanno riconosciuto la Palestina e vedremo che succederà in futuro. Netanyahu, sul fronte interno come capo del governo, è riuscito a non pagare per l’impreparazione del migliore esercito del mondo di fronte all’attacco del 7 ottobre, comunque sia andata (pare che ci sia anche chi sospetta una sorta di negligenza volontaria nella gestione della difesa israeliana). È riuscito anche a rimanere in sella per due anni con la scusa della guerra e dribblare i procedimenti giudiziari che lo vedono imputato per corruzione, ma ora le opposizioni interne si organizzano per andare a nuove elezioni non appena il processo di pace sarà avviato, ed il futuro politico per Bibi è quanto mai incerto.
Uno dei vincitori che rimane dietro le quinte è Erdogan che pubblicamente oggi più volte è stato ricordato da Trump. Dopo essersi assicurato la vittoria in Siria ora è stato decisivo per convincere Hamas (molti esuli di Hamas vivono in Turchia) e ora conta di porre solide pasi sulla sua presenza a Gaza. La sua importanza come potenza regionale è in decisa crescita.
Chi ha sicuramente perso è la comunità umana. Nella popolazione civile sia araba che israeliana i morti e le sofferenze sono state enormi. Migliaia di palestinesi morti, ostaggi che potevano essere salvati, il bilancio per l’umanità è disastroso. Due anni di distruzione 70mila palestinesi morti, 1200 civili e militari israeliani, 250 ostaggi e tra questi molti non ritorneranno a casa.
Dire che la tregua si poteva fare prima, che le trattative potevano essere gestite meglio, che Israele avrebbe potuto seguire strade diverse, è il minimo che si può fare.
Ogni attore avrebbe potuto fare di meglio. A partire da chi la guerra non la ha fatta ma ha continuato a fornire bombe a chi bombardava le case civili come molti Paesi tra cui l’Italia.
Il nostro Paese poi, si è distinto per essere la retroguardia recalcitrante di coloro che spingevano per la pace.
Nessuna sanzione a Israele (la posizione è stata ribadita nel recente vertice di Creta con il voto contrario dell’Italia in ambito UE), ritardo nelle prese di posizione di condanna della strage di civili, ritardo e insufficienza degli interventi nella gestione della vicenda della Global Sumud Flotilla. Ma nonostante i quotidiani attacchi del centrodestra a tutto ciò che si caratterizzava come proPal è nata poco a poco una mobilitazione senza precedenti del mondo civile Italiano che ha spinto tutta la politica a prese di posizione più definite. Si è trattato di una inedita mobilitazione spontanea che ha sorpreso tutti e ha spinto un rimodellamento della politica sulla questione di Gaza. Diciamo la verità, questo è avvenuto sia per la maggioranza sia per la opposizione poiché se la maggioranza di governo è stata reticente, insufficiente e ritardataria, ma pure l’opposizione non è stata promotrice, anzi è andata a traino del movimento dell’opinione pubblica cercando poi, a posteriori, di cavalcarlo.
In Italia chi in qualche modo ha vinto è proprio questo popolo sganciato in gran parte dai partiti che si è opposto non a Israele, ma alla guerra di Netanyahu e ha sostenuto le iniziative di pace della Flotilla. Quello che si è fatto sentire in qualche modo. Non tutto, ma in parte è pure sceso in piazza, poi accompagnato da qualche sindacato. Gli istituti demoscopici ci dicono che il consenso alla causa palestinese è ben più ampio di coloro che hanno manifestato ed è trasversale ed indipendente dall’elettorato. Se questo non fosse avvenuto, sospetto che anche la politica del governo Italiano sarebbe stata diversa.
E adesso? La gioia di oggi non ci deve far dimenticare che molti problemi sono irrisolti. Che le colonie israeliane continuano a crescere in Cisgiordania dove vivono 3 milioni di Palestinesi e che il futuro di questo popolo non è ancora affatto chiaro. Sarà da vedere come sarà la amministrazione di Gaza, se sarà possibile una ricostruzione vera o se la sua crescita economica continuerà ad essere asfittica perché soffocata da Israele e dal residuo fondamentalismo palestinese.
E l’Italia? Sarebbe il momento di riconoscere, in ritardo la Palestina come hanno già fatto quasi tutti i Paesi al mondo, perché la questione palestinese non è risolta. Ma, lo abbiamo capito, la nostra politica agisce solo se il movimento di opinione che si è manifestato in questi mesi non si arresterà.

